VITA MILITARE

> ARCHI SARACENI SULLE ALPI
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Di Ivano NESTA
Articolo pubblicato sul numero di Giugno 2008 della rivista ARCO


 

Fra le meravigliose vallate alpine del versante piemontese esiste un luogo delizioso dove è possibile assaporare una montagna non ancora raggiunta da nessun tipo di struttura turistica, una valle della provincia di Cuneo che più di ogni altra conserva ancora il fascino della natura incontaminata e selvaggia : è la Val Maira.

In questa luogo tramite il mastro arcaio Enrico Ascani di Genola (CN), ho conosciuto un uomo unico che scelto di vivere in solitudine in una baita alpina, senza elettricità, telefono e gas, in compagnia dei suoi animali; si chiama Sergio Savio.

Sergio è un profondo conoscitore della montagna che vive quasi in simbiosi con la natura nella quale è costantemente immerso e dalla quale trae la maggior parte del suo sostentamento, è una persona schiva e seria, ma sempre col sorriso sulle labbra, non è di molte parole, ma quando parla infonde con i suoi ragionamenti e con il suo sguardo limpido e sincero una sensazione di equilibrio e serenità.
Quando in compagnia degli amici con i quali condivido la passione per l’arco storico, ci troviamo per andare da Sergio e per passare con lui la giornata tirando con l’arco nel luogo incantevole dove dimora, riusciamo a dimenticare lo stile di vita frenetica delle città alla quale siamo purtroppo assuefatti, per gustarci anche noi un po’ di quel mondo fatto, di luce, colori, odori e silenzio.
Queste sensazioni già magnifiche di per sé, sono arricchite dalla meraviglia nell’ osservare da vicino la maestria con la quale Sergio realizza i suoi archi storici.
Egli possiede una manualità impareggiabile nel lavorare il legno : partendo da un tronchetto di maggiociondolo (citiso) e sfruttando le caratteristiche uniche di questo albero, riesce in poco tempo a realizzare un arco ben rifinito e perfettamente funzionante, utilizzando solo una semplice scure che padroneggia con movimenti precisi e sicuri, quasi fosse un bisturi, suscitando ogni volta in noi una sensazione di sconfinata ammirazione.

Ma Sergio oltre a costruire archi in legno si è specializzato nella lavorazione del tendine e del corno e dalle sue mani nascono meravigliosi archi orientali compositi.
E siccome lui realizza gli archi non per farne commercio, ma solo per il suo piacere o per qualche conoscente, ho voluto descrivere in queste pagine un arco tendinato che ha costruito per me, dalla fattura talmente squisita che non poteva rimanere all’oscuro del mondo.

 

 

Pur trattandosi di un arco di ispirazione orientale, in questo caso non siamo al cospetto di un arco con leve rigide e composto da varie parti; poiché questo manufatto è stato realizzato da un unico tronchetto di maggiociondolo ottenendo uno sviluppo lungo il dorso di 150 cm ed uno spessore di 1 cm.

La geometria dell’arco segue un andamento a doppia curvatura, ottenuto trattando sapientemente il legno col calore.
I flettenti misurano nella parte più larga 5 cm e terminano con puntali rinforzati in corno.

Lungo il dorso dei flettenti è stato applicato un strato omogeneo di tendine, utilizzando la colla ottenuta dai rimasugli della lavorazione del tendine stesso, con un tempo di essiccazione di circa un mese.


Il tendine non è stato rivestito da pelle e pertanto risulta in bella vista sul dorso dell’arco conferendogli un fascino aggressivo.

L’impugnatura che risulta riflessa è stata rinforzata ed abbellita con un inserto di legno di bosso ed una lamina di corno applicata nella parte dorsale.

Il risultato è un’arma bella ed efficace, resistente alla rottura e particolarmente veloce nella chiusura dei flettenti per effetto della controcurvatura e del loro disegno estremamente assottigliato.
L’arco misura, da puntale a puntale, 138 cm e ad un allungo di 28” sviluppa una forza di trazione di 45 lbs che consente un’uscita delle frecce ad una velocità di 150 fps al secondo.

Sono prestazioni modeste se confrontate a ciò che possono esprimere archi realizzati in materiali e tecnologie moderne, ma noi arcieri storici siamo soggetti al fascino della tradizione, amiamo la storia e privilegiamo le capacità dell’uomo, mettendo in secondo piano l’aiuto derivate dalla tecnologia.
L’arco è stato riprodotto traendo spunto da un affresco degli inizi del sec. XV presente nella parrocchiale dei SS Filippo e Giacomo di Verzuolo (CN).

L’arciere ritratto nell’affresco è un arabo dallo sguardo truce che riflette la memoria popolare delle scorrerie di feroci bande di saraceni i quali intorno all’anno mille, partendo da alcune basi situate in provenza, imperversavano nella vallate alpine occidentali.

Le cronache storiche testimoniano la distruzione di Acqui Terme (AL), la devastazione dell’abbazia di Novalesa (TO) ed il saccheggio dell’abbazia di San Gallo in Svizzera.

Queste bande di razziatori erano formate da elementi etnicamente eterogenei, con prevalenza di ceppo nordafricano e diversamente dal flusso di espansionismo organizzato arabo, erano perlopiù mossi e accomunati solo dalla brama di saccheggio oltre che dal credo islamico.
E’ pertanto più che plausibile pensare che questi razziatori utilizzassero archi di foggia orientale come quello raffigurato dal pittore, armi che sapevano indubbiamente impiegare con estrema efficacia e che rimasero indelebilmente impresse per molto tempo nell’immaginario collettivo, legate alla figura dei terribili saraceni che nelle loro incursioni trascinavano con sé i rapiti per destinarli al mercato degli schiavi.

Questa tipologia di arco era peraltro largamente conosciuta ed impiegata in tutta Italia, la troviamo in molti inventari e resoconti fino alla definitiva affermazione delle armi da fuoco e la possiamo riscontare, oltre che nell’affresco menzionato, in innumerevoli cicli pittorici.

Ecco quindi che ancora oggi sulle Alpi, per merito delle mani operose di Sergio Savio, riecheggia l’ epopea degli archi saraceni che imperversavano all’incirca mille anni fa, ma che ora rivestono solo funzione di affascinanti ed eccezionali manufatti agli occhi di quanti praticano l’arceria storica.