VITA MILITARE

> L'ARCO O LA SPADA?
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Di Ivano Nesta
Fonti: Autori Vari

Articolo pubblicato sul numero di Luglio 2007 delle rivista Rievocare.

Così come oggi accade, anche nel periodo medievale la ricchezza ed il potere trovavano schiere di deferenti cronisti disposti al facile e sperticato elogio.
Gli annali storici riportano con abbondanza le gesta di nobili cavalieri attribuendo al loro coraggio ed alla loro arte della guerra, il merito di avere portato a termine imprese vittoriose, ma le cose stavano proprio così ?
Ce lo siamo spesso chiesto noi della Compagnia di Sant’Uberto, moderni rievocatori di figure combattenti meno nobili come arcieri e balestrieri trovando, ad una lettura più attenta delle cronache, delle diverse risposte.
Già, sembra proprio che i nobili cavalieri nei momenti più critici della battaglia, quando non riuscivano più a venirne a capo, ricorressero ai soldati specializzati nelle armi da getto.
Molteplici sono gli avvenimenti che sebbene menzionati in sordina, testimoniano come umili arcieri fossero in grado di risolvere scontri campali.
E’ il caso della battaglia di Hastings (1066) quando se non con l’utilizzo di un contingente di arcieri, venne infranto il muro di scudi sassone, contro il quale i cavalieri normanni guidati da Guglielmo il Conquistatore si erano scontrati inutilmente con numerose e sterili cariche per tutta la giornata.
In Italia a Cortenuova (1237) furono gli arcieri saraceni di Federico II di Svevia che costrinsero al ritiro la “falange dei forti”, il fiore dei combattenti messi in campo dalla lega dei comuni i quali erano riusciti a resistere per lungo tempo asserragliati attorno al carroccio.
Anche a Falkirk (1298) furono gli arcieri a togliere le castagne dal fuoco : Edoardo I, vedendo che la cavalleria pesante non riusciva a conseguire nessun progresso, fece intervenire gli arcieri gallesi che con i loro massicci lanci di frecce riuscirono a scompaginare i quadrati di picche della fanteria scozzese guidata da William Wallace.
Era una tattica vincente che i sovrani plantageneti ripresero nel corso delle prime battaglie della Guerra dei Cent’anni (1337-1453) dove l’esercito inglese sempre in inferiorità numerica e composto per lo più da gagliardi campagnoli, tramite l’uso del long-bow impartì memorabili sconfitte a quello che, composto da presuntuosi cavalieri francesi, era ritenuto il più grande esercito che potesse essere messo in campo all’epoca.
La tattica della carica di cavalleria pesante a ranghi compatti con lancia in resta, fu un’innovazione introdotta dai normanni verso la fine del sec.XI ed era considerata risolutiva sulla maggior parte dei campi di battaglia.
Le cronache della prima crociate ad esempio narrano come con questa tecnica venissero sbaragliate orde di infedeli.
Però tale tattica funzionò principalmente contro formazioni di combattenti scarsamente addestrati ed equipaggiati, le cose cambiarono quando nella contesa intervennero le armate turche che utilizzavano la tecnica di guerra dei popoli delle steppe : connubio arco/cavallo.
Pertanto dopo i primi successi che culminarono con la presa di Gerusalemme (1099) la cavalleria occidentale venne lentamente, ma inesorabilmente ricacciata nel continente europeo da grandinate di frecce: era questo l’effetto che i cavalieri turchi riuscivano a produrre tramite l’impiego dell’arco.
Al mondo occidentale che esaltava la figura del cavaliere armato di lancia e spada, il mondo orientale opponeva con successo il cavalleggero armato di arco composito.
E se il cavaliere occidentale veniva fin dalla fanciullezza addestrato all’uso di lancia e spada per farne una macchina da guerra, in oriente era l’arco l’arma tenuta in grande considerazione ed il suo addestramento comprendeva un altrettanto se non più duro tirocinio.
Già i romani che inizialmente non erano usi all’impiego dell’arco in guerra, subirono un’umiliante sconfitta ad opera dei cavalieri parti nella battaglia di Carre (53 A.C.) che con le loro frecce inchiodarono al suolo i legionari di Crasso.
E fu forse il caso a salvare l’occidente dall’orda mongola, costituita prevalentemente da arcieri, quando giunta alle porte di Varsavia nel sec. XIII , dopo aver conquistato gran parte dell’oriente, Cina compresa e Russia meridionale, decise di fermare la sua avanzata e tornare indietro per partecipare al raduno che avrebbe designato l’erede del Gran Khan.

Alla luce di questi eventi risulta evidente il ruolo che ha giocato l’arco nelle vicende della storia e forse venendo a conoscenza di tali fatti, l’immaginario collettivo riuscirebbe a staccarsi dalla visione romantica di cui ancora oggi è ammantata la figura del cavaliere.
Senz’altro la classe dei cavalieri componeva l’elitè degli eserciti medievali, ma il più delle volte ne costituiva la parte minore ed aveva un assoluto bisogno di interagire con le altre unità composte da fanti e da tiratori.
Quest’ultimi se correttamente disposti producevano micidiali effetti : una volata di frecce prodotta da centinaia di arcieri risultava devastante e generava scompiglio, perché oltre ai colpi andati a segno, anche chi non colpito era indirettamente sottoposto al disagio psicologico derivante dalla minaccia di poter ricevere una freccia senza neanche accorgersi del suo arrivo.
Tranne il caso dell’Inghilterra, nel continente europeo le armi da getto erano considerate di secondaria importanza se non addirittura disprezzate, mentre si tendeva a nobilitare la spada; in realtà la classe dominante dell’epoca temeva la perdita dei propri privilegi per conseguenza di masse di uomini umili in grado di utilizzare un’arma semplice e poco costosa, ma estremamente efficace come l’arco.
Tuttavia sapere ben padroneggiare un arco che doveva possedere una potenza elevata, per essere impiegato con successo in battaglia non era cosa semplice.
Come per l’utilizzo di lancia e spada occorrevano tecnica e vigore, per arrivare ad ottenere soddisfacenti prestazioni con l’arco occorrevano, oltre a tecnica e vigore, altre doti quali il colpo d’occhio, la capacità di concentrazione ed il sangue freddo.
Contrariamente a ciò che accadeva nelle tecniche di scrima dove i combattenti agivano a stretto contatto fisico, nel tiro con l’arco le distanze alle quali era posto il nemico erano sempre sconosciute e variavano continuamente a causa dei movimenti dettati dalla strategia dello scontro; il cervello dell’arciere in una situazione bellica era pertanto chiamato ad elaborare in maniera incessante la soluzione che consentiva di trovare la traiettoria giusta per colpire un avversario che si spostava continuamente.
In altre parole nel tiro con l’arco entrava in gioco in maniera determinante una componente in più : l’uso della testa, perché come ogni buon arciere sa, ogni freccia per andare a colpire il bersaglio voluto deve essere scagliata con la concentrazione derivante dalla consapevolezza che quella sarà la sola ed unica freccia a disposizione per salvare la propria vita.
Un buon tiro andato a segno non è mai il frutto del caso, ma una conseguenza di queste capacità che occorre esercitare con continui e faticosi allenamenti.