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UN'ARMA DA GETTO TRASCURATA: LA FROMBOLA |
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Di
Gian M. Giughese
Arma da getto di estrema semplicità, oltremodo economica
ma di grande efficacia se nelle mani di un tiratore esperto
e ben addestrato, la fionda o frombola è stata in uso
per millenni. Come probabilmente noto a tutti, consiste in
una semplice sacca, di solito di cuoio, alle cui estremità
sono collegati due lacci di pari lunghezza.
Il funzionamento è elementare, basandosi sul principio
di far acquistare a un proietto (sasso o oggetto metallico)
un’adeguata velocità mediante la forza centrifuga
generata dalla rotazione della frombola; nel momento in cui
il fromboliere libera uno dei lacci, trattenendo l’altro
nel pugno, il proietto parte con una traiettoria di fuga tangente
alla rotazione: il lancio così effettuato permette
di scagliarlo più lontano, con maggiore energia cinetica
e (se il tiratore è abile) precisione che con un semplice
tiro a braccio.
Contrariamente a quanto forse si crede, esperienze pratiche
– condotte anche da chi scrive – dimostrano che
per imprimere al proietto la necessaria velocità di
fuga non è indispensabile far girare a lungo la frombola:
in genere è sufficiente un’unica, secca rotazione.
La frombola nell’antichità
Il
più celebre in assoluto di tutti i frombolieri è
da sempre Davide, che abbatté il gigante Golia semplicemente
colpendolo in fronte con un sasso di fiume scagliato dalla
sua fionda (I Sam 17, 48); la scena, largamente rappresentata
nelle miniature dei codici, costituisce una costante dell’iconografia
medievale.
Davide uccide Golia con la frombola.
Miniatura, 1250 circa.
Bibbia Maciejowski, f. 28 verso, particolare.
New York, Pierpoint Morgan Library.
Nel
mondo classico erano rinomati gli abilissimi frombolieri delle
Baleari, spesso arruolati come mercenari dai regni ellenistici,
dai cartaginesi e dai romani, che li impiegavano, insieme
con gli arcieri, con funzioni di fanteria leggera sia in terra
sia sul mare: secondo Tito Livio (Storie, XXIV, 34), frombolieri
e arcieri erano imbarcati sulle navi con le quali Marco Marcello
assediò Siracusa nel 213 a.C. Limitato, invece, sembra
essere stato l’uso della frombola – come del resto
dell’arco – presso i Galli (Strabone, Geografia,
IV, 4, 3: «Certuni di essi usano l’arco e la fionda»),
anche perché abitualmente i popoli celti e germanici
ritenevano più onorevole il combattimento a corpo a
corpo, anziché ricorrere ad armi in grado di colpire
a distanza.
I romani, il cui esercito era essenzialmente una solidissima
fanteria, per tutto il periodo repubblicano relegarono i tiratori
a compiti marginali di disturbo e copertura; dovettero tuttavia
imparare a loro spese la tremenda efficacia delle armi da
getto, soprattutto dell’arco, quando nel 53 a.C. Licinio
Crasso venne disastrosamente sconfitto a Carre dai Parti,
popolo stanziato sull’altopiano iranico, che, come tutte
le genti dell’Asia Centrale, praticava con grande efficacia
il binomio arco-cavallo, e, anticipando in un certo senso
le caratteristiche della guerra del Medioevo, disponeva di
una cavalleria pesante corazzata, i clibanarii o catafratti,
guerrieri coperti da capo a piedi da armature complete di
ferro o di bronzo, montati su cavalli molto più massicci
di quelli impiegati dalla cavalleria romana e armati di lunghissime
lance (kontos), in grado di travolgere con cariche irresistibili
lo schieramento dei legionari, specie dopo che quest’ultimo
era già stato sconvolto dalla fittissima pioggia di
frecce scatenata su di loro dai veloci e inafferrabili arcieri
a cavallo (hippotoxòtai).
Poiché le armi dei romani, il giavellotto o pilum e
il gladio adatto al corpo a corpo, si rivelarono del tutto
inefficaci contro gli arcieri a cavallo e i catafratti pesantemente
corazzati, fu necessario potenziare con urgenza il settore
delle armi da getto, soprattutto l’arcieria, in genere
arruolando ausiliari orientali, più esperti nell’uso
dell’arco; si ottennero tuttavia significativi successi
anche con la frombola, i cui proietti si rivelarono spesso
micidiali: nel 38 a.C., nella battaglia del Monte Gindaro,
e in altri scontri successivi, la cavalleria dei Parti, che
aveva peraltro affrontato i romani su un terreno accidentato
e poco favorevole, venne sconfitta «…soprattutto
dai frombolieri, che (…) causavano molti danni a tutti,
anche a quelli che portavano armatura (…) raggiungendoli
a distanza con colpi violenti, rappresentavano per essi un
grandissimo pericolo» (Dione Cassio, Storia romana,
XLIX, 20).
L’efficacia della fionda, insieme con la sua economicità
e la semplicità di impiego, non sfuggì ai generali
dell’età imperiale: durante la guerra civile
contro Cesare, l’esercito di Pompeo disponeva di due
coorti di frombolieri (funditores) di 600 uomini ciascuna;
contemporaneamente le prestazioni dell’arma erano state
migliorate scagliando non solo semplici sassi, ma anche proietti
di terracotta indurita o di piombo, di forma ovoidale o biconica
(glandae o glandulae), sui quali non di rado si trovavano
impressi il numero della coorte, oppure parole di scherno
e sfida tipo «Mangia», «Prendi», «A
te» ecc.

Frombolieri
romani, probabilmente ausiliari barbari. Da notare i sassi
tenuti in una piega del mantello.
Bassorilievo, II sec. d.C.
Roma, Colonna Traiana, particolare.

Bassorilievo
di un velite (fante leggero) romano armato di fionda.
Roma, Museo della Civiltà romana.
Un
testo di epoca basso-imperiale attribuito a Onasandro, lo
Strateghikòs («Il generale»), testimonia
il notevole valore attribuito alla frombola, considerata addirittura
superiore all’arco stesso: «La fionda è
l’arma più micidiale come arma da getto usata
dalle truppe leggere, dato che il proietto di piombo ha lo
stesso colore dell’aria ed è invisibile nella
sua traiettoria, cosicché si abbatte inaspettato sui
corpi non protetti del nemico, e non solo l’impatto
in sé è violento, ma il proietto, riscaldato
dall’attrito nel suo volo attraverso l’aria, penetra
molto profondamente nella carne, così da divenire persino
invisibile, e il rigonfiamento si richiude rapidamente su
di esso» (XIX).
Dal canto suo Vegezio, trattatista del tempo di Teodosio (IV
secolo) tenuto in gran conto nel Medioevo, afferma, a proposito
della fionda: «Spesso infatti contro combattenti muniti
di elmi e loriche corazzate vengono scagliati, con la fionda
e il fustibalo, sassi più pesanti di qualunque freccia,
dato che infliggono una ferita anche mortale a membra integre,
e uccidono con un colpo di pietra senza spargimento di sangue
del nemico» (Epitome rei militaris, I, 16).
La frombola nel Medioevo
La
fionda continuò a essere largamente usata per secoli,
in guerra e fors’anche per la caccia, e, sebbene non
compaiano molto di frequente nelle fonti medievali (che tendono
quasi sempre a privilegiare i combattenti di maggior prestigio
sociale), i frombolieri costituivano una presenza costante
sia negli eserciti in campagna sia nei conflitti civili che
con grande frequenza vedevano coinvolte fazioni politiche,
specie nei Comuni italiani.
Gli Statuti di varie città, come Verona, Treviso, Brescia,
vietano fra l’altro di tirare sassi o proietti d’altro
genere con archi «pallottai» o fionde, misura
resa evidentemente necessaria non solo dalla pericolosità
di tali armi, ma anche dalla loro diffusione: in occasione
delle «battagliole» e sassaiole praticate in numerose
città a scopo si direbbe oggi sportivo, o per addestramento
militare, la frombola figura quale arma impiegata per colpire
a distanza a Torino e a Moncalieri, dove «si schieravano
gli avversari sulle rive opposte del Po e incominciavano a
lanciar proiettili con le fionde».
Dai «giochi» più o meno violenti agli scontri
armati veri e propri il passo era brevissimo: nel 1075 il
capopolo milanese Erlembaldo Cotta, attaccando i seguaci del
vescovo filoimperiale Guido da Velate con uno spiegamento
di forze comprendente cavalieri e fanti, come in una guerra
aperta, non trascura di assicurarsi anche l’appoggio
di «armi da getto e frombolieri».

Walter
Ruggio componente del gruppo di ricostruzione storica medievale
Vita Antiqua in azione con la frombola.
Il
costo pressoché irrilevante della frombola ne faceva
tuttavia un’arma prevalentemente impiegata dagli strati
più bassi della popolazione, o da chi aveva necessità
di dotarsi di un armamento improvvisato, come quel «prete
di campagna» (sacerdos ruricola) ricordato in un passo
degli Annales di Vincenzo da Praga, che nel 1158, presso Trezzo,
partecipa attivamente, armato di fionda, al tentativo di impedire
il passaggio dell’Adda alle milizie di Federico Barbarossa.
L’impiego bellico della frombola viene ancora una volta
illustrato con chiarezza da un documento iconografico di straordinaria
importanza, le miniature che arricchiscono il codice del Liber
ad honorem Augusti di Pietro da Eboli, già segnalato
in un precedente lavoro (cfr. Archi, balestre e macchine da
guerra in un codice del Duecento, al quale si rimanda per
maggiori informazioni sull’opera). Tenendo presente
che il Liber si riferisce alla conquista nel 1194 del regno
normanno di Sicilia da parte dell’imperatore di Germania
Enrico VI, figlio del Barbarossa, è possibile notare
che, come spesso le armi da getto, la fionda si rivela utile
quando lo scontro avviene soprattutto, o inizialmente, a distanza,
come nell’attacco o nella difesa di una fortificazione,
una città o un castello.
Nella miniatura del folio 117 recto, raffigurante l’assalto
dato dal «crudele popolo di Salerno», nemico di
Enrico VI, all’«immenso palazzo che dicono abbia
il nome di Terracina», nel tentativo di catturare e
prendere in ostaggio l’imperatrice Costanza d’Altavilla,
che vi si era rifugiata dopo che il marito, ammalatosi di
malaria, era stato costretto a una momentanea ritirata, un
arciere e un fromboliere (indicati dal miniatore come civites
Salerni) bersagliano dal basso una torre difesa da guerrieri
tedeschi in usbergo di maglia ed elmo con nasale, illustrando
i versi un po’ ampollosi dell’erudito poeta: «tutto
ciò che si può lanciare con una fionda, con
una balestra o con un arco, viene scagliato contro l’imperatrice».
Arciere
e fromboliere all’assalto di un castello.
Miniatura, inizi XIII secolo.
Pietro da Eboli, Liber ad honorem Augusti, f. 117 recto, particolare.
Berna, Burgbibliothek.
Presto, però, Enrico VI ritornò in forze, e
i riottosi salernitani si videro costretti a subire a loro
volta l’assalto delle truppe imperiali al comando del
conte Diopoldo di Vöhburg: nel folio 132 recto i tedeschi
si arrampicano con scale sulle mura della città, contrastati
da difensori muniti anch’essi di elmo e usbergo di maglia
di ferro, mentre, su una torre, un fromboliere è in
procinto di scagliare il suo proiettile contro gli attaccanti.
Di grande interesse il sistema di sgancio dell’arma,
chiaramente visibile e costituito da un semplice occhiello
all’estremità di uno dei lacci, nel quale il
tiratore ha inserito l’indice della mano destra. Sia
in questa, sia nella precedente miniatura i frombolieri non
indossano armamenti difensivi, limitandosi a proteggersi con
uno scudo «a mandorla» di tipo normanno.
Fromboliere
sulle mura di Salerno assalita dalle truppe imperiali.
Miniatura, inizi XIII secolo.
Pietro da Eboli, Liber ad honorem Augusti, f. 132 recto, particolare.
Berna, Burgbibliothek.
Un
potenziamento della frombola fu il fustibalo o cazafrustum,
già ricordato da Vegezio in epoca basso-imperiale,
ottenuto fissandone uno dei due lacci a un bastone lungo circa
un paio di metri, alla cui estremità era poi agganciato
l’occhiello abitualmente trattenuto dal dito del fromboliere.
Il lancio si effettuava non con la rotazione della fionda
ma con un movimento pendolare dell’asta, analogo, su
scala minore, a quello del mangano, in modo che l’ampio
braccio di leva così ottenuto accrescesse la forza
centrifuga, scagliando il proietto molto più lontano
e con potenza ancor maggiore; la semplice frombola veniva
perciò a trasformarsi in una vera e propria «catapulta
manesca».
La gittata di un fustibalo può essere valutata ampiamente
oltre i 100 metri, specie se il tiratore si trovava in posizione
elevata: nel folio 111 recto del Liber un tiratore armato
di fustibalo compare in cima a una torre difesa anche da un
mangano; la merlatura sembra rinforzata con un graticcio sporgente,
forse di vimini intrecciati.

Fromboliere
armato di fustibalo a difesa di una torre.
Miniatura, inizi XIII secolo.
Pietro da Eboli, Liber ad honorem Augusti, f. 111 recto, particolare.
Berna, Burgbibliothek.

L’archeologo
sperimentale Silvano Borrelli aziona un fustibalo da lui ricostruito.
Senza
scomparire del tutto, frombola e fustibalo persero progressivamente
la loro importanza in guerra a partire dal XIII secolo, soprattutto
a causa del diffondersi della balestra, i cui dardi avevano
una precisione e una forza di penetrazione di gran lunga superiori
ai proietti delle fionde. Tuttavia nel Quattrocento, in Spagna,
gli eserciti di Castiglia e d’Aragona disponevano di
frombolieri che avevano fama di essere abilissimi.
Da ricordare che in tempi considerevolmente più recenti,
in Francia, la fronde, in origine arma tipica dei monelli
di Parigi e in seguito impiegata nel corso dei disordini scatenati
nel 1658 contro il cardinale Mazarino, divenne il simbolo
stesso della rivolta (la cosiddetta Fronda), tanto che ancor
oggi l’espressione «fare la Fronda» allude
a un’opposizione politica più o meno manifesta.
Infine, ancora durante la I guerra mondiale si ricorse talvolta
al principio della frombola per tentare di scagliare più
lontano le bombe a mano. Anche in questo caso, però,
la comparsa di tromboncini lanciagranate azionati da una cartuccia
esplosiva rese la fionda definitivamente obsoleta.
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Bibliografia
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Strateghikòs, a c. di W.A. Oldfather, Heinemann 1923.
DIONE CASSIO, Storia Romana, a c. di E. Cary, Heinemann 1954.
STRABONE, Geografia, a c. di H.L. Jones, Heinemann 1960.
TITO LIVIO, Storie, a c. di P. Ramondetti, UTET 1989.
SETTIA Aldo A., Comuni in guerra. Armi ed eserciti nell’Italia
delle città, CLUEB 1993.
VEGEZIO FLAVIO RENATO, Epitome rei militaris, a c. di A. Önnerfors,
Teubner 1995.
PIETRO da EBOLI, Liber ad honorem Augusti, a c. di F. De Rosa,
Francesco Ciolfi Editore 2001.
VIOLLET-LE-DUC Eugène, Encyclopédie Médiévale,
rist. anast. parziale Bibliothèque de l’Image
2002. |