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Pubblichiamo per il loro interessante contenuto due paragrafi che fanno parte del V Capitolo" Il Corpo del Soldato" del libro "RAPINE, ASSEDI, BATTAGLIE. LA GUERRA NEL MEDIOEVO", di A. Settia, ed. Laterza,
Il consenso è stato gentilmente rilasciato in data 27/03/08 dall'Ufficio Diritti dell'Editore LATERZA al quale vanno i nostri sentiti ringraziamenti.
2.2 L'insidia delle frecce
Procopio ci ha lasciato memoria di certe ferite, a loro modo curiose e spettacolari, toccate a corazzieri e scudieri di Belisario durante la guerra greco-gotica. Gli arcieri goti colpirono Cutila e Arze, l'uno in mezzo al capo e l'altro fra il naso e l'occhio destro, ma non per questo essi interruppero l'azione; infine, entrambi tornarono con la freccia infitta nella ferita che tremolava sulla testa, e i loro compagni <erano stupiti dal fatto che seguitassero a cavalcare senza curarsi del male>>. Nello stesso giorno il massageta Boca, già ferito in un'azione precedente, si trovò circondato da una dozzina di nemici con le lance puntate che lo colpivano tutti insieme: <La corazza resisteva e le ferite non gli facevano troppo male>>, sinchè uno di essi non lo aggredì da tergo <indovinando un punto scoperto del corpo sopra l'ascella destra vicino all'omero>>, e un altro <ficcandogli la punta nella coscia sinistra, recise il muscolo>> con un colpo obliquo,ma Boca fu subito soccorso e portato in salvo.
Appena tornati, tutti e tre i feriti furono sottoposti a cura: i medici esitarono a intervenire su Arze <per timore di perforare le membrane e i nervi>> e procurarne così senz'altro la morte, sinchè il medico Teocnisto <facendo pressione da dietro sul collo, gli chiese se dolesse. Quello rispose di sì, e l'altro "Benissimo, ti salverai e non sarà lesa neppure la vista". Tagliò la parte dello strale che sporgeva e la buttò via, poi, divaricando la massa muscolare nel punto più dolente, ne estrasse senza sforzo la cuspide che sporse con tre punte aguzze e si portò dietro la parte restante del dardo. Così Arze fu completamente guarito; non gli rimase neppure sul viso la cicatrice.>>
I suoi compagni non se la cavarono altrettanto bene; quando a Cutila fu estratta l'asticciola, penetrata più profondamente, egli svenne; in seguito gli si infiammarono le meningi e in breve tempo morì. Anche Boca, colto da una forte emorragia, morì tre giorni dopo. Singolare fu, in seguito, la vicenda del corazziere Traiano, a sua volta colpito in azione da una freccia: <Tutto il ferro si conficcò dentro e non si vedeva affatto di fuori, sebbene avesse una cuspide grande e lunghissima, la parte restante del dardo cadde subito a terra senza che nessuno la spezzasse, forse perchè il ferro non vi era attaccato bene. Traiano tuttavia non si accorse di nulla e seguitò a uccidere e inseguire i nemici come se niente fosse.>> Solo cinque anni dopo <l'estremità del ferro cominciò a sporgere sul volto da sè, e da tre anni viene sempre un po' più fuori. E' verosimile - conclude Procopio - che fra un bel pezzo tutta quanta la cuspide uscirà fuori. A lui comunque non è venuto nessun fastidio.>> Gli episodi riportati, sia pure solo per la loro curiosità, mettono in evidenza l'efficacia e la pericolosità degli arcieri goti, lasciano intendere che i cavalieri bizantini agivano probabilmente senza un'adeguata protezione del capo e mostrano l'importanza e i limiti della corazza nel proteggere il corpo contro le ferite di lancia. Il servizio sanitario è in condizione di intervenire rapidamente ma i chirurghi, per quanto abili, si mostrano impotenti davanti al sopravvenire di complicazioni.
Le fonti scritte del pieno Medioevo occidentale, al contrario di Procopio, sono piuttosto riluttanti a parlare delle ferite inferte ai cavalieri dalle armi da getto, caso che doveva invece essere frequentissimo soprattutto negli scontri collettivi e durante gli assedi. Almeno dall'XI secolo in poi, quando venne incrementandosi l'uso della balestra, gli effetti delle frecce dovevano essere spesso letali nonostante la protezione della corazza, e non troppo diversi erano quelli dell'arco composito che gli Occidentali sperimentarono su di sè durante la prima crociata.
Alberto di Acquisgrana ci mostra uno di essi ucciso nel 1096 presso Nicea da sette frecce che gli avevano attraversato la corazza; così successe ad altri nel 1097 al ponte di Damasco e nel 1102 all'assedio di Ramnes. L'anonimo poeta comasco nei primi decenni del XII secolo riferisce di numerosi casi di cavalieri uccisi da frecce, e nel 1159 a Crema, secondo Ottone Morena, gli assedianti erano in grado di ferire a colpi di balestra tutti i nemici che si mostravano <nulla giovando la loro corazza>. E' noto poi - per limitarci a grandi personaggi - che il re d'Inghilterra Riccardo Cuor di Leone morì nel 1199 colpito da un proiettile di balestra; nel settembre del 1259 un analogo colpo al malleolo riuscì fatale, nel giro di pochi giorni, ad Ezzelino da Romano e nel 1131, all'assedio di Brescia , < fu morto a un assalto, d'uno quadrello di balestra grossa, messer Gallerano di Lussemburgo> fratello dell'imperatore Enrico VII.

Aroldo è colpito in un occhio da una freccia - Bayeux Tapestry
Non si deve peraltro ritenere che ogni colpo giunto al bersaglio riuscisse senz'altro mortale poichè l'esito dipendeva, oltre che dalla protezione di cui si era muniti, anche dalla distanza e dalla posizione da cui il dardo era stato scoccato. Secondo il racconto del cronista catalano Raimondo Muntaner, la fortezza di Gallipoli difesa
da pochi uomini e donne protetti da solide armature, resistette vittoriosamente nel 1305 contro un attacco in forze dei famosi balestrieri genovesi che - scrive con riprovazione il protagonista dell'impresa- <andavano sempre ben forniti di frecce e ne facevano un grande sperpero, essendo usanza loro di tirare sempre e di usare più quadrelli in una battaglia che i Catalani in dieci>. Nel contrastare il loro sbarco - prosegue il cronista - < tra il cavallo caduto e me riportammo tredici ferite; nulladimeno, appena ebbi inforcato l'altro cavallo, presi in groppa il mio scudiero e rientrai al castello con cinque ferite per parte mia, le quali però mi dettero poca noia, fuorchè una di un colpo di spada in un piede>.
Gli attaccanti, una volta sbarcati, <fecero piovere su di noi un nembo di dardi che coprivano il cielo, e durarono fino a nona sicchè tutto il castello n'era pieno. Che vi dirò? Quanti osarono mostrarsi fuori furono feriti>. Persino il cuoco, intento ai fornelli , <fu colto da un dardo che passò attraverso il camino e gli si infisse due buone dita nei muscoli>. Una delle donne che gettava sassi dalle mura <sfregiata nel viso da cinque dardi, continuò a combattere come se non fosse stata toccata>. Ma dopo mezzogiorno gli attaccanti avevano esaurito le munizioni e uomini e donne, rimasti indenni, poterono finalmente slacciarsi le armature, che per il caldo di luglio, riuscivano insopportabili.
Nelle parole del Muntaner tutto sembra dunque risolversi per il meglio e senza conseguenze significative per coloro che erano stati colpiti; in realtà se i proiettili non sempre uccidevano, non mancavano di provocare ferite gravi e complicate simili a quelle già osservate al tempo della guerra greco-gotica. I Miracoli di nostra signora di Rocamadour accennano a un cavaliere colpito accanto a un occhio da una freccia la cui punta potè essere estratta solo con grandi difficoltà; un altro si tenne per tre anni una punta nel petto, e a un terzo colpito sotto l'ombelico, la punta non uscì mai dalla ferita.
2.3 Chirurgie di guerra
Chirurghi famosi si impegnarono per mettere a punto metodi appropriati per l'estrazione delle frecce e per la cura dei loro effetti lasciandone ampia traccia nella trattatistica dei secoli XII e XIII, segno sicuro, questo, se altri non vi fossero, dell'importanza assunta da tali ferite, specialmente quando riguardavano il volto. <<Se qualcuno è colpito da un dardo sulla faccia - dice la Practica chirurgiae di Ruggero de Frugardo, composta fra 1170 e 1180 - attraverso le narici o presso l'occhio o nella guancia o in altra parte, sì che il ferro si trova entrato in profondità o è penetrato in angusti, sottili e tortuosi meati, sebbene l'estrazione sia difficile cosa, ciascuno solleciti il proprio ingegno e pensi a fondo in qual modo possa estrarlo; e se il ferro avrà del legno, si metta una fascia presso il legno fino al ferro attraverso la ferita medesima; e se risulta che il legno è ben congiunto al ferro, si smuova un pochino a brevi tratti, e anche stringendo piano piano, si smuovano legno e ferro, e così con cautela si estraggano. Se il ferro non avrà legno, saputo dal paziente come e in qual modo si trovava quando fu colpito, cioè se da sopra o da sotto, di fronte o di fianco, si introduca una "lista" attraverso la ferita, e conosciuto il tragitto del ferro, se si può lo si estragga e se non si potrà estrarre senza molestia è meglio che si lasci: molti infatti vissero con un ferro in corpo.>>
Ancora maggiore cautela occorre se si tratta di dardi muniti di <barbe>, e gravi risultano in ogni caso le perforazioni del cranio ritenute tuttavia curabili, a meno che non compaiano nel ferito segni mortali e se entro sei o sette giorni si manifestano <buoni segni>. Dalla faccia e dal capo i trattati di chirugia passano a esaminare le ferite da freccia nelle altre parti del corpo via via scendendo sino ai piedi: mortale è giudicata di solito la ferita alla gola.
Consigli simili espongono nella seconda metà del XIII secolo i trattati chirurgici di Rolando da Parma, Teodorico da Lucca e Guglielmo da Saliceto, nè manca al riguardo l'iconografia: la tappezzeria di Bayeux ci mostra Aroldo d'Inghilterra nel momento in cui a Hastings riceve la freccia mortale in un occhio; il Liber in honorem Augusti di Pietro da Eboli raffigura il ferimento del conte Riccardo di Acerra avvenuto nel 1191 durante l'assedio di Napoli: mentre si sporgeva dalle mura egli ebbe appunto la faccia trapassata da una guancia all'altra; segue la scena in cui un chirurgo, assistito da due donne che reggono piatti e ampolle, impugna la freccia per estrarla dalla ferita. Lo stesso autore mostra in seguito il momento in cui a Salerno proiettili di balestra scagliati dal basso si infiggono negli elmi dei difensori corazzati affacciati alle mura.

Liber Honorem Augusti
La Chirurgia di Rolando da Parma presenta una miniatura in cui un chirurgo munito di pinze estrae una freccia dal capo di un paziente. Teodorico da Lucca distingue l'estrazione delle frecce a seconda del tipo e della forma: punta grande o piccola, concava o smussata, biangolare, triangolare o quadrangolare, e a seconda che colpiscano cervello, cuore, fegato, polmoni, reni, stomaco, vescica, intestino e schiena, con i relativi effetti avvertendo che se si scorgono sintomi di morte, < dovrete guardarvi dall'estrarre la freccia dato che di solito, dopo l'estrazione, il ferito muore immediatamente>>. L'estrazione può porre gravi problemi, si usi o no un apposito speciale forcipe, specialmente se il proiettile è infitto in un osso : < Ho visto spesso due uomini forti faticare per estrarre una freccia senza peraltro riuscirci>>; in questo caso sarà opportuno lasciarla sinchè si decide a uscire da sola. Tal altra volta - aggiunge il chirurgo, domenicano e poi vescovo - è consigliabile inginocchiarsi, recitare tre volte i Pater noster e poi afferrare la freccia dicendo:< Nicodemo estrasse i chiodi dalle mani e dai piedi di nostro Signore e perciò così questa freccia fuoriesca>>. Ed essa uscirà, si garantisce.
Largo spazio alle ferite da freccia è dedicato anche nella Chirurgia di Gugliemo da Saliceto che tratta a lungo e analiticamente dell'estrazione e della cura riferendo inoltre alcuni precisi casi clinici. Per il fratello di Enrico Cinzario di Cremona, colpito da una freccia al collo con paralisi totale di tutto il corpo al di sotto della lesione, aveva già espresso ai parenti una prognosi mortale, ma il ferito si ristabilì e potè poi camminare con due bastoni per altri dieci anni. Gabriele di Prolo, sempre di Cremona, cui una freccia di arco aveva perforato una gamba sino all'osso rimase <quasi morto> per un mese e poi anch'egli guarì. Al contrario, Bonifacio, nipote del marchese Uberto Pelavicino, colpito da una piccola freccia alla gola da cui uscì appena una goccia di sangue - racconta Guglielmo - <<morì in un'ora in mia presenza>>, non per veleno, come aveva creduto in un primo momento, ma per sopraggiunge complicazioni ai polmoni. A un soldato di Bergamo, colpito alla gola da una grossa freccia che lo perforò fino alla scapola sinistra, Guglielmo stesso, allora molto giovane e partecipante all'esercito, estrasse di sua mano il proiettile <con i soliti mezzi>; il ferito guarì perfettamente e visse a lungo. Il medesimo felice risultato ottenne infine su un <uomo piemontese > che ebbe lo stomaco trapassato sino alla schiena da una grande freccia e venne curato < per mezzo di abluzioni di vino fatte assiduamente>>.

Chirurgia Medievale
In generale le trattazioni non fanno troppa differenza tra le lesioni provocate da freccia, da spada, o <da altra arma simile> distinguendo piuttosto tra le ferite curabili e no: le lesioni al cranio per freccia, spada, percossa o caduta, anche senza apparente frattura, possono provocare il delirio sicchè - scrive Ruggero de Frugardo - il paziente < immagina di combattere col nemico, e così dormendo si alza, prende le armi adoperandole come se fosse sveglio>>.
Le ferite al collo sono certamente incurabili quando <il midollo fuoriesce dall'osso>, e in generale se la ferita è rotonda è più difficile e lenta da guarire, ma Teodorico da Lucca, basandosi sull'esperienza fatta dal suo maestro Ugo, propone di curare tutte le ferite soltanto con il vino e con le bende: <Il vino è la migliore medicina e penetra in esse>>; nè esita a riattaccare un naso da poco <tagliato da una spada o da un'altra arma simile, così che esso penzoli>: procedendo con cautela e circospezione si dovrà <rimetterlo nella sua posizione corretta e poi ricucirlo immettendo nelle narici rotolini di garza imbevuti di vino caldissimo.>> Le ferite che raggiungono gli intestini con fuoriuscite della materia nella cavità addominale quasi inevitabilmente provocavano la peritonite, ma Guglielmo da Saliceto, afferma di aver curato felicemente un soldato di Pavia, di nome Giovanni Bredella, feritosi al ventre con un coltello così che < gli intestini uscirono feriti secondo la lunghezza e la larghezza>>. Dopo averli bagnati nel vino caldo, li lavò e quindi - racconta - < ho avvicinato e cucito le parti di intestino con la sutura dei pellettieri>> spargendovi in quantità la polvere fina, conservativa; quando la ferita si chiuse vi applicò <giallo d'uovo, olio rosato e un pò di zafferano>. L'uomo non solo guarì, ma visse a lungo, si sposò ed ebbe figli. Alle ferite consuete nello scontro tra cavalieri, armati di lancia e spada, occorre aggiungere le conseguenze dei frequenti disarcionamenti: la caduta da un cavallo lanciato al galoppo comportava facilmente nel cavaliere rivestito di armatura fratture o lussazioni delle spalle, degli arti superiori e inferiori, della clavicola e delle costole, tutte lesioni assai gravi che potevano tuttavia essere curate con un certo successo.
Poche speranze lasciavano invece le lesioni alla colonna vertebrale: < se le vertrebe del collo e del petto si lussano - avverte Guglielmo da Saliceto - è da temere quasi sicuramente la morte immediata>>; al contrario, quando la lussazione riguarda solo le vertebre corrispondenti alle costole e ai reni, un abile medico può utilmente intervenire purchè con immediatezza; se tutto va bene dopo cinque giorni, sciolti i bendaggi, il ferito potrà addirittura ritornare lentamente alla vita normale.
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