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ARCHI, BALESTRE E MACCHINE DA GUERRA NELLE MINIATURE DI
UN CODICE DEL DUECENTO, IL “LIBER AD HONOREM AUGUSTI” |
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Di
Gian M. Giughese
Le
testimonianze iconografiche relative all’arcieria dei
secoli XI-XII sono tutt’altro che abbondanti; più
rare ancora quelle di buona qualità, cioé leggibili
con chiarezza e quindi utili a fini documentari. Tra queste
ultime sarebbe davvero desiderabile far conoscere meglio le
miniature che arricchiscono il «Liber ad honorem Augusti»
di Pietro da Eboli, il cui manoscritto è contenuto
nel «Codex Bernensis 120» (così chiamato
perché l’originale è conservato nella
Burgbibliothek di Berna; proveniva dalla biblioteca dell’abazia
benedettina di Fleury e risale agli inizi del Duecento). La
nitidezza del tratto, la precisione e la ricchezza di particolari
con le quali l’ignoto artista ha rappresentato, in 53
«tavole» a piena pagina, numerose scene di battaglia
e di assedio, ne farebbero infatti una piccola «Tappezzeria
di Bayeux» italiana.
In
sé e per sé il «Liber ad honorem Augusti»,
un poemetto latino di poco meno di 1700 versi, offre scarsi
elementi di interesse: in esso un certo «maestro»
Pietro da Eboli, probabilmente un religioso di buona cultura
classica, autore di un’altra operetta, il «De
balneis puteolanis», dedicata alle sorgenti termali
di Pozzuoli, si propone di celebrare con palesi intenti encomiastici
le vicende politiche e militari che dopo la morte nel 1189
dell’ultimo re normanno di Sicilia, Guglielmo II, registrarono
dapprima una breve «usurpazione» del trono ad
opera di un candidato sostenuto dalla feudalità locale,
Tancredi di Lecce, quindi la sua sconfitta e la definitiva
conquista del reame da parte dell’imperatore di Germania
Enrico VI Hohenstaufen, figlio di Federico Barbarossa e pretendente
«legittimo» in quanto marito dell’erede
del regno, Costanza d’Altavilla.
L’impresa,
svoltasi nell’estate-autunno del 1194, non fu particolarmente
ardua sul piano militare: ancor prima che Enrico VI, alle
prese con una ribellione di feudatari tedeschi in Germania
e con le spinose rivalità dei Comuni dell’Italia
settentrionale, potesse iniziare la sua marcia verso il Meridione,
l’«usurpatore» Tancredi di Lecce aveva già
trovato la morte il 20 febbraio in uno scontro secondario
con un esercito imperiale che scendeva dall’Abruzzo.
Tuttavia i «boemi» (come curiosamente chiama i
tedeschi Pietro da Eboli) dovettero soffocare con le armi
– non di rado sanguinosamente – sporadici tentativi
di resistenza da parte dei seguaci di Tancredi e ribellioni
scoppiate qua e là contro i conquistatori: Nocera e
Salerno furono incendiate e saccheggiate, mentre Napoli si
arrendeva dopo un breve assedio, il 23 agosto. Impadronitosi
della terraferma, alla fine di ottobre l’imperatore
sbarcò a Messina per intraprendere anche la conquista
della Sicilia, che portò vittoriosamente a termine
il 20 novembre, entrando nella capitale del regno, Palermo,
«con nobile pompa e glorioso trionfo»; il giorno
di Natale si fece incoronare re di Sicilia nella cattedrale
normanna.
Questi
dunque i fatti rievocati dal «Libro in onore di Augusto»
(Enrico VI, al quale tradizionalmente spettava il titolo classico
di «Augusto» in quanto sovrano del Sacro Romano
Impero). Poiché il «Liber» si conclude
con la conquista della Sicilia da parte dell’imperatore,
e si sa che l’Autore ne presentò un esemplare
a quest’ultimo, la stesura del testo e l’esecuzione
delle miniature vanno collocate, quasi sicuramente, tra l’incoronazione
a Palermo dell’imperatore (25 dicembre 1194) e la sua
morte, avvenuta il 28 settembre 1197: si tratta dunque di
un lavoro realizzato nell’Italia meridionale pochissimi
anni dopo gli eventi narrati, e il miniatore che la illustrò
dimostra di conoscere bene molte caratteristiche della guerra
del suo tempo.

Svariate
miniature rappresentano infatti con sorprendente precisione
arcieri e balestrieri, nonché macchine da guerra del
tipo noto come «mangano», impiegate sia per l’assalto
alle mura sia per la difesa di esse. La Tav. VIII raffigura
l’ingresso in Palermo di Tancredi di Lecce, attorniato
dai nobili suoi sostenitori e seguito da musicanti saraceni
e da alcuni contingenti del suo esercito, tra i quali si notano
quattro arcieri e un balestriere. Salta subito all’occhio
la foggia mediorientale dei loro archi, del tipo semiriflesso
a estremità rigide, quindi, con buona probabilità,
di costruzione composita, di cui entrano a far parte lamine
di corno, legno e tendine. La moderata lunghezza delle frecce,
anch’esse ben visibili, fa supporre un allungo non superiore
a 27 pollici; le punte sono pesanti e fogliate, eccetto una
romboidale corta. Particolarmente interessanti le faretre,
accessori di rado rappresentati con chiarezza: queste sono
probabilmente di cuoio rigido, o anche di legno, a sezione
rettangolare, per frecce corte, e vengono portate su un fianco
appese alla cintura. Gli arcieri, che non sembrano indossare
indumenti protettivi particolarmente pesanti, inalberano però
un curioso copricapo a punta, forse di feltro, con una breve
tesa o risvolto.


Una
delle scene senz’altro più interessanti e significative
per la sua completezza si trova nella parte superiore della
Tav. XV, raffigurante l’assalto dato dalle milizie imperiali
(i cosiddetti «boemi») a Napoli nel tardo agosto
del 1194: a destra gli attaccanti si preparano ad azionare
un mangano, le cui funi vengono tirate da un gruppo di guerrieri
protetti da usberghi e gambiere di maglia di ferro ed elmi
con nasale; grazie all’ampiezza del braccio di leva
basta un uomo solo – evidentemente il caposquadra –
a trattenere la «fionda» della macchina fino al
momento giudicato opportuno per liberarla e far partire il
proiettile.

Gli
addetti al mangano sono coperti dal tiro di due arcieri e
un balestriere, quest’ultimo azionante la sua arma stando
in ginocchio, con un «alzo» di 45° per ottenere
una traiettoria a parabola, e le frecce da essi scagliate
costringono i difensori a tenersi al riparo delle mura; nonostante
ciò fra quest’ultimi non mancano i feriti, e
la scena rappresenta appunto l’episodio, riferito nel
testo, del conte Riccardo di Acerra, colpito da una freccia
che gli trapassò entrambe le guance. I difensori contrastano
il tiro degli attaccanti azionando a loro volta un mangano
piazzato in cima a una torre. Alcune moderne ricostruzioni
a grandezza naturale consentono di avere un’idea più
precisa di tali macchine, semplici ma non prive di efficacia.


I
due arcieri imperiali impiegano archi di tipo orientale, del
medesimo tipo, marcatamente semiriflesso, usato dagli abitanti
di Salerno in rivolta, che bersagliano dal basso il castello
di Terracina in cui si è rifugiata – e verrà
in seguito catturata – l’imperatrice Costanza
(Tavv. XXII e XXIII), e dai ‘boemij’ nella «rivista»
della Tav. XXXVII, dove, come recita la didascalia, «Il
potentissimo imperatore Enrico ordina di allestire la flotta
e l’esercito» per invadere la Sicilia.
Di
interesse e importanza ancor maggiori degli archi sono le
balestre, utilizzate sia dai «tancredini» sia
dagli imperiali. Si tratta, in tutta evidenza, di balestre
cosiddette «povere», quindi di modesta potenza,
del tipo un po’ rudimentale che segna il trapasso dall’
‘arcubalista’ romana a un modello più efficace
ed elaborato, dotato di dispositivi di sgancio meccanici.
Le armi raffigurate consistono infatti in un arco di ampiezza
ancora notevole, nel centro del quale è innestato un
fusto di legno o «teniere», la cui estremità
posteriore si divarica sensibilmente, formando una forcella.
Il balestriere imperiale in alto a destra della Tav. XV e
il rivoltoso della Tav. XXII imbracciano la loro arma con
le dita della mano destra sul braccio inferiore della forcella,
mentre con la sinistra mantengono in posizione la coda della
freccia, posata sulla faccia superiore del teniere, dove è
possibile che nella realtà fosse ricavata una scanalatura
di guida. Siffatto modo di usare la balestra suggerisce l’impiego
di un semplice sgancio meccanico, analogo a quello di certe
balestre cinesi e vietnamite: ad arma carica, la corda viene
tenuta alla massima tensione agganciandola a un risalto o
«gradino» fisso, intagliato nel teniere; immediatamente
dietro di esso vi è un foro passante, praticato attraverso
il braccio superiore della forcella, che costituisce anche
il calcio della balestra. In tale foro scorre su e giù
una sorta di cavicchio, o piolo, solidale col braccio inferiore
e azionato dal movimento di quest’ultimo. Quando il
balestriere lo solleva, premendolo contro il braccio superiore
– come il grilletto di un’arma da fuoco –
il cavicchio intercetta la corda e la sospinge oltre il gradino
che la tratteneva. Nell’attimo del rilascio essa colpisce
con forza l’estremità posteriore della freccia,
che è piatta, cioé priva di cocca, e il dardo
viene scagliato in avanti.

La
leva costituita dal braccio inferiore della forcella non ruota
dunque su un perno, ma per la breve escursione necessaria
a sollevare il dente di sgancio sfrutta soltanto la naturale
elasticità del legno del teniere, nel cui spessore
la forcella è ricavata mediante una lunga fenditura.
I loro archi erano probabilmente anch’essi di corno
e di legno. Nel luglio del 1202, il castello di Robbio Lomellina,
avamposto vercellese contro Pavia, fu attaccato di sorpresa
da un forte esercito di questa città, e dopo un breve,
ma duro e sanguinoso combattimento fu espugnato, saccheggiato,
dato alle fiamme e infine raso al suolo. In vista di un improbabile
risarcimento dei danni, il Comune di Vercelli stilò
un minuzioso inventario di beni e oggetti rubati, importantissimo
per gli storici: grazie ad esso, infatti, apprendiamo che,
oltre alla consueta refurtiva dei saccheggi medievali, del
bottino fatto dai pavesi a Robbio facevano parte molte armi
difensive e offensive, tra le quali figurano anche quattro
archi e una faretra, stimati complessivamente 40 soldi, e
otto balestre così descritte: «1 balestra di
osso del valore di 10 lire imperiali; un’altra balestra
di legno parimenti del valore di 10 lire; un’altra balestra
di legno del valore di 100 soldi parimenti imperiali; inoltre
altre 5 balestre del valore di 10 lire pavesi».

Le
caratteristiche delle armi illustrate nel manoscritto del
«Liber» suggeriscono infine il problema dell’evoluzione
tecnica della balestra. Per quanto si sa – perlopiù
in base a bassorilievi di età imperiale – l’arcubalista
romana non aveva scatto meccanico, e il rilascio della corda,
trattenuta anche in questo caso da un fermo fisso, veniva
effettuato manualmente, oppure facendo leva con un’apposta
linguetta di legno (nottolino). Tuttavia i barbari che invasero
l’Impero d’Occidente non conoscevano la balestra,
e sembra che la ignorassero gli stessi Bizantini: come testimoniato
dalla principessa Anna Comnena nel suo poema «Alexiade»,
scritto in onore del padre, l’imperatore Alessio Comneno,
l’arma fu veduta per la prima volta nelle mani dei «Franchi»
all’epoca della I Crociata, e l’impressione che
suscitò con la sua potenza e precisione fu senz’altro
notevole.
In
effetti, contrariamente a quanto spesso si crede, la balestra,
arma di origine orientale, era già nota e usata in
Occidente fin dal XI secolo: i cronisti crociati ne confermano
l’impiego almeno a partire dai primi scontri coi Turchi,
nel 1097. Significativo il fatto che essa venga sempre designata
col nome di «arco balearico»: nel racconto del
cronista Alberto di Aquisgrana, poiché durante l’assedio
di Antiochia un certo Turco provocava gravi perdite nelle
file cristiane, Goffredo di Buglione «afferrato un arco
balearico e riparandosi dietro gli scudi di due compagni,
colpisce quel Turco trapassandogli il cuore».
L’esistenza
in Estremo Oriente di balestre a sgancio meccanico probabilmente
simili a quelle dei Crociati fa pensare che in realtà
l’arma si sia evoluta in Cina indipendentemente dall’arcubalista
romana; successivamente gli Arabi la conobbero e la adottarono,
portandola fin nella Spagna musulmana, dove, durante le guerre
della Reconquista, i guerrieri cristiani ebbero finalmente
modo di venire a contatto con essa: si spiegherebbe, in tal
modo, il nome di ‘arcus balearis’ usato dalle
fonti crociate.
Poiché
infine, dopo qualche accenno poco chiaro nel tardo XI secolo,
nelle fonti italiane la balestra si affaccia in maniera esplicita
e con sempre maggior frequenza a partire dalla metà
del XII (la prima citazione si trova infatti in una cronaca
genovese del 1144), si può ritenere che, per la loro
datazione alla fine del secolo, le illustrazioni del «Liber
ad honorem Augusti» rappresentino non soltanto una delle
più precise e attendibili, ma anche una delle più
antiche testimonianze iconografiche dell’impiego della
balestra conosciute in ambito italico.
Da ricordare, infine, il fromboliere salernitano che compare
accanto all’arciere nella Tav. XXIII, e aziona la sua
arma proteggendosi con uno scudo. In questa e altre tavole
dell’opera la presenza di frombolieri testimonia il
largo impiego della frombola, arma semplicissima ed economica,
ma, se in mani esperte, di notevole efficacia. Né il
fromboliere né gli arcieri e i balestrieri indossano
armature o forme di protezione, a conferma del fatto che i
tiratori costituivano una truppa mobile e leggera, e che le
loro armi, specie negli ultimi due casi, erano alla portata
anche di semplici «civili».

Tali
particolarità, in aggiunta a numerosi altri particolari
di grande interesse, sempre riprodotti con rara precisione,
segnalano l’opera di Pietro da Eboli come un documento
di primaria importanza non solo per i cultori di arcieria
storica, ma anche per tutti gli studiosi della guerra nel
Medioevo.
Bibliografia
PIETRO
da EBOLI, «Liber ad honorem Augusti» secondo il
Codice 120 della Burgbibliothek di Berna, edizione a c. di
G.B. Siragusa, Roma 1906.
SETTIA A. Alessandro, «Comuni in guerra. Armi ed eserciti
nell’Italia delle città», CLUEB 1993.
SERDON Valérie, «Armes du diable. Arcs et arbalètes
au Moyen Âge», Presses Universitaires de Rennes
2005.
I disegni di Arco, Balestra e Frecce sono inediti del compianto
mastro arcaio Silvano Borrelli.
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