Di
Fulvio Fasano
Ogni arciere - rievocatore che si rispetti avrà letto
la trilogia di Bernard Cornwell: L’arciere del Re,
Il Cavaliere Nero, La spada ed il calice.
Chi ha letto i succitati romanzi storico - avventurosi si
ricorderà del protagonista: Thomas dal grande arco
nero.
Non molti forse si ricorderanno del seguente dettaglio :.
Thomas porta con sé un talismano molto particolare:
la zampa di un cane santo, san Guinefort.
Non molti forse sanno che un cane reputato santo e guaritore
è realmente esistito nella regione di Dombes, a circa
quaranta chilometri da Lione.
Ne scrive, sotto forma di exempla, il frate domenicano Etienne
de Bourbon nel suo trattato sui sette doni dello Spirito
Santo.
Avvalendoci di quanto riporta l’antropologo Massimo
Centini, e di questo scusandoci con lui, nel suo libro “
Le bestie del Diavolo” edito dalla casa editrice Rusconi,
vediamo cosa ci dice il frate domenicano intorno a questo
cane santo, del quale una zampa, nella finzione letteraria,
é finita a fungere da portafortuna, chissà
come e perché, al collo di Thomas l’arciere.

Scrive
il frate domenicano Etienne Bourbon più o meno a
metà del tredicesimo secolo:
“ (………) nella diocesi di Lione
dove, predicando io contro i sortilegi e ascoltando le confessioni,
numerose donne mi confessarono di aver condotto i propri
figli a San Guinefort. E, poiché credevo trattarsi
di qualche santo, inquisii e venni infine a sapere che si
trattava di un cane levriero, ucciso nella seguente maniera.
Nella diocesi di Lione, presso il villaggio delle monache
chiamato Noville, sulla terra del signore di Villars, si
trovava un tempo un castello il cui signore ebbe dalla propria
sposa un figlio. Un giorno, mentre il signore e la dama
erano usciti di casa, e egualmente aveva fatto la nutrice
lasciando solo il bambino nella culla, un enorme serpente
entrò in casa e si diresse verso la culla del bambino;
a tal vista, il levriero, che era rimasto là accanto,
inseguendo il serpente e aggredendolo sotto la culla, la
rovesciò e coprì di morsi il serpente che
si difendeva e morsicava a sua volta il cane; il cane finì
per ucciderlo e lo scagliò lontano dalla culla.
La culla e il muso del cane rimasero tutti macchiati dal
sangue del serpente, e, ridotto a mal partito, il cane rimase
in piedi accanto alla culla.
Quando la nutrice rientrò credette, a tal vista,
che il bambino fosse stato divorato dal cane e lanciò
un fortissimo urlo di dolore; avendolo udito, la madre del
bambino accorse a sua volta, vide e credette la stessa cosa,
e anch’essa gridò. Analogamente, sopraggiunto
anche il cavaliere, credette la stessa cosa e, estratta
la spada, uccise il cane.
Allora, avvicinatosi al bambino, lo trovarono sano e salvo
e dolcemente addormentato. Cercando di capire, scoprirono
il serpente sbranato e ucciso a morsi dal cane. Si resero
allora conto di quale era la verità dell’accaduto
e, dolendosi di aver ucciso sì ingiustamente un cane
che si era loro rivelato a tal punto utile, lo gettarono
in un pozzo sito davanti la porta del castello, gli gettarono
sopra un grandissimo mucchio di pietre e piantarono accanto
alberi in memoria di questo fatto.
Ora, il castello fu distrutto per volontà divina
e la terra, ritornata allo stato deserto, abbandonata dall’abitante.
Ma i contadini, avendo udito parlare del nobile comportamento
del cane e sentito dire come fosse stato ucciso, presero
a visitare il luogo, a rendere onore al cane come a un martire,
a pregarlo per le loro infermità e bisogni, e molti
rimasero così vittime delle seduzioni e delle illusioni
del diavolo che, servendosi di ciò, induceva gli
uomini in errore. ( ……. ).
E poi il frate conclude così il suo exempla: “
(………. ) Noi ci siamo recati in quel luogo,
abbiamo convocato il popolo di questa terra e abbiamo predicato
contro tutto ciò che è stato qui detto. Abbiamo
fatto esumare il cane e tagliare il bosco sacro e lo abbiamo
fatto bruciare, assieme allo scheletro del cane. E ho fatto
affiggere dai signori di quella terra un editto che prevedeva
il sequestro ed il riscatto dei beni di coloro che d’ora
innanzi si fossero recati in quel luogo per questo motivo.
“
Epilogo ovvio e scontato della vicenda. Teologicamente non
si può essere cani e santi: è contro tutte
le regole per le quali, in breve, solamente gli esseri umani
possono godere del dono della santità.
E allora che se ne fa Thomas di un sacro amuleto che sacro
non è, e che, anzi, manifestatamente mette in discussione
La Regola? Mmmmmmh……… sapete questi arcieri…………………
eccentrici…………sempre fuori del cesto
per ogni cosa ………… sempre irregolari……….
sempre “ border line”…………...
sempre uomini di bosco e di riviera.
Rimanendo in ambito letterario così descrive Goffrey
Chaucer nei racconti di Canterbury, l’arciere che
accompagna il Cavaliere, uno dei novellatori alla locanda:
“ ……….. Un Valletto aveva seco
e nessun altro servo quella volta, perché così
gli era piaciuto cavalcare, il quale aveva una veste verde
ed un cappuccio dello stesso colore, un fascio di lucenti
e puntute frecce dalle penne di pavone fissate sotto il
cinturino, ché ben sapeva acconciare i suoi arnesi
alla brava , né pendevan le frecce con le penne all’in
giù. In mano recava un arco possente, corti i capelli
ed il viso abbronzato, esperto d’ogni cosa che ai
boschi appartiene; al braccio portava un vistoso bracciale,
spada e brocchiere da un fianco e dall’altro un brunito
pugnale, ben guarnito, acuto come una punta di lancia; sul
petto s’affibbiava un San Cristoforo di lucido argento;
portava un corno a una tracolla verde: certo era un guardaboschi
a mio parere. “
A differenza dell’arciere Thomas, in quanto a Santi
cui raccomandarsi, quello descritto da Chaucer sta prudentemente
nel solco dell’ortodossia cattolica: un buon San Cristoforo,
colui che porta sulle proprie spalle il Cristo fanciullo
per proteggerlo, effigiato sulla fibbia, mette al riparo
da tanti fraintendimenti, quali potrebbe indurre san Guinefort,
o peggio.
Oppure si può puntare ancor più sul sicuro
rivolgendosi alla Madre ed essere un sincero devoto del
culto Mariano, come pare fosse il “ rex latronum “
per antonomasia: Robin Hood o Robin Hode oppure Robin Wood.
Da
“Robin Hood ed il monaco”:
……..
Robin disse “ Ho un gran dolore ,
ho la mente triste e oppressa ,
che non posso andar cogli altri
a sentir la Santa Messa
Da gran tempo non mi è data
Del mio Salvator la vista;
vado a Nottingham quest’oggi,
e Maria dolce mi assista”
……………
E ancora da “ una piccola canzone di Robin Hood”:
………….
Osserva un Santo voto
Robin Hood dovunque stesse
Sempre prima di cenare
Ascoltava ben tre Messe.
Allo
Spirito ed al Padre
Le prime due dedicava,
poi la terza a Nostra Donna,
ch’egli al sommo venerava
……………
Ciò
non esime, dal punto di vista letterario, che il nostro
amatissimo Robin abbia avuto parecchia disistima dei poteri
costituiti, gerarchie ecclesiastiche comprese, con i relativi
problemi che ne sovvengono.
Ne sono intrise le ballate che lo riguardano ed altri scritti.
Per i secondi, a puro titolo di esempio, si trascrive un
paio di versi del “ Piers Plowman “, un poema
narrativo del XIV secolo di aspra satira sociale, in cui
il probabile autore William Langland oppone le poesie che
riguardano il nostro addirittura al Paternoster cantato
da alcuni preti di dubbia moralità:
I
kan nought parfitly my Paternoster as the preest it singeth,
io non so il Paternoster proprio bene come lo canta un prete
But I kan rymes of Robin hood and
Randolf erle of Chestre
Però conosco delle poesie di Robin hood e Randolph
conte di Chester.
Per le prime si riportano i versi relativi alla ballata
“La leggenda di Robin Hode “ in cui lo sceriffo
di Nottingham viene raffigurato come il più accanito
nemico di Robin, degno compare dei corrottissimi rappresentanti
della Chiesa del tempo:
Quei
Vescovi ed Arcivescovi,
che andrebbero tutti legati e battuti,
come di Nottingham lo sceriffo
che è bene non scordare mai.
Purtroppo
il potere, col suo agire mellifluo e complice il passar
del tempo, addomestica il nostro
“ Re dei banditi” trasformandolo in una figura
“ cortese “.
Nel XVI secolo giocare ai banditi di Sherwood non era più
un passatempo riservato ai contadini o al basso clero: era
passatempo da Re.
Nel maggio del 1515 Enrico VIII e la sua corte furono intrattenuti
da duecento membri della guardia reale travestiti da fuorilegge
e coordinati da un cerimonioso Robin Hood con tanto di gara
con l’arco e splendido banchetto finale.
William Shakespeare , in “ Come vi piace” allude
romanticamente a Robin del Bosco Verde, quando scrive, riferendosi
al duca scacciato:
Si
dice che egli sia già nella Foresta di Arden
E siano con lui parecchi uomini,
e quivi essi vivano come il vecchio Robin Hood d’Inghilterra.
Si dice che ogni giorno accorrono a lui
dei giovani gentiluomini, e passino il tempo spensieratamente
come si faceva nell’età dell’oro
Esorcizzato. Robin Hood ridotto a tarallucci e vino. Il
colpo è stato fatale ed il nostro non si è
mai più ripreso. Di lì in poi la sua caricatura
in calzamaglia verde e cappellino con tanto di pennuccia
svettante sulle ventitrè ha riempito romanzi d’appendice
e pellicole cinematografiche. Proprio come la macchietta
di un qualsiasi cavaliere …… senza macchia e
senza paura.
Robin
Hood a Sherwood stava
Coperto ed incappucciato, calzato e stivalato
Portava in mano ventiquattro frecce.
Questo eri, al principio
Chi sei ora vecchio bandito di strada ?
Cominciarono
a dirsi l’un l’altro
“ Forse il Re fu assassinato!
Oggi è proprio venuto in città Robin Hood
Che nessuno mai vivo ha lasciato!
Che vestirà a lutto le mogli
Rimpiante saranno le vostre parole:
il segno di certo non cogli! “
Eri uno sporco assassino che incutevi paura e forse …ammazzavi
per gioco e per pura perversità,
ma nutrivi gli affamati con amore e carità
Che fai ora?
A
Robin sia dato;
è per lui che noi stiamo piangendo,
che quest’oggi sarà dissanguato
Più
che dissanguato lentamente da una fantomatica sacerdotessa
come vuole la leggenda, trasformato dalla Dea Fama in un
figlio di mamma, quegli stessi figli di mamma che lui infilzava
a dozzine, ai suoi tempi, prima del berrettuccio e la calza
maglia:
………….
Si levò questo fiero sceriffo,
in gran fretta ogni cosa approntò;
e con lui più di un figlio di mamma
alla chiesa di corsa arrivò
con
bastoni di tutte le sorta
Si scagliarono verso l’ingresso;
“ Ah me misero- Robin disse,
• Little John mi manca adesso “ .
Ma
poi prese una spada a due mani,
che portava al fianco appesa,
e dov’eran più folti i nemici
prese a dar colpi a distesa .
per
tre volte gli passa attraverso,
ve lo dico e non temo smentita
e ferì più di un figlio di mamma,
e altri dodici perser la vita.
……….
Figura
letteraria controversa e mutevole nei secoli, il re dei
briganti pare avere comunque un’origine molto concreta.
Studi ottocenteschi, dopo tre secoli di attribuzioni del
tutto infondate a nobili schiatte, ripartono dal puro e
semplice nome: Robin (diminuzione di Robert) e dal soprannome
- cognome Hood che con buone probabilità allude alla
professione di fabbricante di berretti.
I Robin Hood presenti nei documenti medioevali sono svariati,
ma di questi tre ebbero seri problemi con la legge:
un Robert Hood “ fugitivus “ i cui beni furono
confiscati intorno al 1230;
un Robert Hood che stava al servizio dell’abate di
Cirencester e che uccise un uomo intorno al 1213;
Un Robin Hood fu imprigionato nel 1354 per atti criminosi
commessi nella foresta di Rockingham.
Molto più raro si presenta il cognome composto “
Robinhood “ adoperato fin dalla metà del Duecento.
Caso curioso: su otto esaminati, cinque erano criminali.
Uno di questi nel 1261 comandò una banda di ladri
composta da tre uomini due donne.
Dunque il Robin Hood “ Robin l’incappucciato”
o il Robin Hode “ Re degli Elfi “ oppure il
Robin Wood “ Robin del bosco “ a metà
del Duecento già era lo pseudonimo di brigante.
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